Categoria: Mamme e Lavoro

Vuoi lavorare come baby-sitter? 8 consigli per iniziare

Nei vari gruppi dei social network mi capita sovente di trovare annunci di donne, anche già madri, che si offrono come baby-sitter.

Ma può essere sufficiente essere madri per potersi proporre come baby sitter?

Mi permetto di dire di no perchè un conto è occuparsi dei propri figli e un altro prendersi cura dei figli di altri, facendolo diventare un vero  e proprio lavoro.

Ci vuole tanta passione per i bimbi e, in questo caso, non solo per i propri, ma anche per i figli di altre persone. Non può trattarsi di un lavoro di ripiego. Questo perchè i bambini possono mettere a dura prova il nostro sistema nervoso, oltre che fisico e, se non si è più che appassionati, si rischierebbe di fare questo lavoro male e controvoglia.

I requisiti necessari

Tra i requisiti che ritengo indispensabili per pensare di potersi offrire come baby sitter, ci sono, a mio avviso, i seguenti:

1) E’ necessario aver seguito dei corsi di formazione appositi.

Oggi giorno nessuno si fida più di lasciare i propri figli a persone che non hanno le dovute qualifiche.

L’aver ottenuto una certificazione costituirà sicuramente un valore aggiunto rispetto alla concorrenza. In partcolare, poi, se ci si propone per bambini sotto l’anno di età, l’aver seguito un corso che fornisce nozioni di puericultura, potrebbe essere l’asso nella manica per essere scelte tra la moltitudine di offerte.

2) Da un punto di vista personale, è necessario essere molto responsabili.

Nessuno lascerebbe il figlio in mano a qualcuno che, magari, pur avendo l’impegno, si dimentica un giorno di andarlo a prendere a scuola o che, dice di starci attento e poi al parco trascorre tutto il proprio tempo a guardare facebook!

3) E’ necessario essere persone che mostrano di aver cura della propria igiene personale.

Lo so sembra un aspetto insignificante, ma per una mamma l’idea che un’altra donna prenda in braccio il proprio pargoletto, è di assoluta priorità. Personalmente apprezzo molto che quando una persona entra in casa e magari ha preso un autobus, prima di toccare la mia creatura, chieda di andare in bagno per lavarsi le mani! Attenzione che difficilmente noto.

4) Bisogna essere in grado di saper coinvolgere i bambini con giochi vari ed attività.

Divertendo e divertendosi perchè solo così si può creare la giusta sintonia.

5) Saper comunicare con i bambini. Intendo una comunicazione che spesso è più emotiva che verbale. Un bambino ha bisogno di essere compreso, perdonato, ma anche ripreso se necessario. Quindi ci vuole una persona che sappia trasmettere sicurezza al bambino, facendosi rispettare nel ruolo di baby sitter.

6) Avere rispetto per le regole che i genitori ci chiederanno di far rispettare, anche se magari non le condividiamo pienamente.

7) Instaurare un rapporto di fiducia e trasparenza con la famiglia.

Al bando le bugie del tipo: “ha mangiato tutto!” e poi scoprire che non ha mangiato nulla!

8) Dimostrarsi disponibili ad aiutare in qualche piccola faccenda domestica, soprattutto se si tratta di bimbi neonati che dormiranno molte ore. Chi dimostra buona volontà e la voglia di non rimanere con le mani in mano sono sicuramente aspetti apprezzabili.

Infine, aggiungerei che sarebbe opportuno presentarsi sempre con un buon CV quando ci si presenta e, possibilmente, con delle referenze nel caso si abbia già esperienza.

E tu lo hai già un buon Curriculum?

Se ti serve una rapida consulenza per valutare se il tuo CV è attraente e se hai bisogno di qualche consiglio per miglioralo, chiedimi pure, sarò lieta di aiutarti!

Consigli per richiedere il part-time

Quante mamme lavoratrici sognano un lavoro part-time?

Scommetto che siamo in tante.

Infatti un lavoro part-time consente sia di avere un’occupazione e quindi un guadagno seppur inferiore ad un lavoro full time, sia di poter dedicare parte della giornata alla propria famiglia.

Il tutto nell’ottica di un migliore work life balance.

I diritti delle neo mamme

Il rientro al lavoro dopo la maternità è solitamente vissuto dalle neo mamme con una certa apprensione.

Ma, fortunatamente, possiamo contare su alcuni istituti che ci consentono di riprendere gradualmente contatto con l’ambiente di lavoro.

Fino al compimento del primo anno del bambino le neo mamme lavoratrici hanno diritto a due ore di allattamento al giorno.

Ci viene poi incontro  la normativa del Decreto 81/2015 e successivamente il Job Act che offrono la possibilità di rinunciare al congedo parentale per ottenere in cambio sei mesi di lavoro part-time.

Un’altra interessante novità è la possibilità di poter sfruttare il congedo parentale ad ore, spalmandolo sul proprio orario di lavoro, con la possibilità, quindi, di costruirsi un part time sulle proprie esigenze.

In base alla mia recente esperienza, mi permetto di aggiungere una piccola postilla sul congedo parentale per chi lavora dal lunedì al venerdì.

Come evitare che nel computo del congedo parentale vengano inclusi anche i sabati e le domeniche.

Si possono utilizzare le ferie per coprire le giornate di lunedì e di venerdì, sfruttando così il congedo parentale solo da martedì a giovedì. In questo modo andremo a “risparmiare” giornate di congedo parentale da poter utilizzare successivamente. 😜

Ma cosa fare una volta terminate le ore previste per l’allattamento e le ore di congedo parentale?

Una necessaria premessa

Prima di procedere con i consigli per richiedere il part time ci tengo a  precisare un aspetto.

Con l’ottenimento della riduzione dell’orario si potrebbe andare incontro ad un ridimensionamento del proprio ruolo.

Carriera e part time sono difficilmente compatibili

Questo, almeno, è quanto accade nelle realtà aziendali in cui si viene retribuiti più per il tempo che si lavora che per l’effettiva efficacia del nostro lavoro.

In molte Aziende si è rimasti ancorati al concetto di retribuzione per ora di lavoro, anzichè a quello di compenso in funzione degli obiettivi raggiunti.

Quello che, solitamente,  viene retribuito, nel rapporto di lavoro dipendente non è tanto la professionalità, quanto piuttosto il tempo che dedichiamo al lavoro.

Sono certa che se la mentalità delle imprese si orientasse sempre più verso una retribuzione basata sull’efficacia e l’efficienza del lavoro, piuttosto che sul tempo che mettiamo a disposizione dell’organizzazione nella quale lavoriamo, forme di flessibilità dell’orario sarebbero accolte con più facilità e meno stress per chi si trova a dover gestire il personale.

Detto questo, vediamo alcuni consigli per richiedere il part time.

Consigli per richiedere il part time

1. Affrontare l’argomento con il proprio diretto responsabile.

Prima di recarsi all’ufficio personale, è opportuno un colloquio con il proprio capo per permetterci di capire alcuni importanti aspetti.

Ad esempio ci potrebbe aiutare a capire il momento che sta attraversando l’azienda.

Infatti se è un momento di difficoltà, l’Azienda stessa potrebbe essere interessata a concedere qualche part-time in più.

Oltre a questo il nostro capo ci potrà aiutare a capire se, per il ruolo che svolgiamo e l’organico presente all’interno del reparto nel quale lavoriamo, sia possibile una trasformazione del contratto di lavoro da full time a part time.

E’ ovvio, infatti, che, se siamo solo noi a svolgere un certo lavoro e magari anche di responsabilità, sarà assai difficile che possano concederci il part time, a meno che non si vengano a creare le giuste condizioni.

Per “giuste condizioni” intendo, ad esempio, una redistribuzione del nostro carico di lavoro. Oppure l’assunzione di una figura di back up per il nostro ruolo. In alternativa il nostro spostamento ad un’altra mansione.

2. Mettersi nei panni dell’Azienda.

Se si vuole richiedere una trasformazione del proprio contratto di lavoro da full time a part time dobbiamo avere chiaro che, se non ricorrono particolari motivi di interesse per l’Azienda a concederlo, stiamo creando un problema organizzativo al quale la nostra Società dovrà far fronte.

Per questo è importante presentarsi già con qualche possibile proposta che possa venire incontro alle esigenze dell’azienda.

Dimostrare un atteggiamento aperto e propositivo, può essere assai apprezzato.

Ad esempio rendendosi disponibili a lavorare durante la pausa pranzo.

Oppure garantendo la nostra disponibilità a portare del lavoro a casa da terminare alla sera.

Ed ancora potrebbe essere utile far presente alcune innovazioni per velocizzare determinate attività del nostro ruolo.

Riusciremo così a dimostrare che quanto veniva svolto in 8 ore giornaliere può essere portato a termine anche in minor tempo.

Quanto sopra sono solo alcune esemplificazioni per sottolineare un concetto di fondo. Assicurare, in maniera ovviamente realistica, al nostro interlocutore aziendale, che, con la trasformazione da full time a part time, si cercherà di arrecare il minor disagio possibile all’azienda, garantendo sempre una buona qualità del nostro lavoro.

3. Negoziare

Potrebbe accadere che sia necessario negoziare la riduzione dell’orario.

Intendo dire che l’Azienda potrebbe non accettare da subito una riduzione del 50% dell’orario, ma magari solo del 30%.  Consideratelo già un buon inizio per negoziare, in futuro, un’ulteriore riduzione di orario, se necessaria.

Nell’ambito della negoziazione, potrebbe essere utile partire con una richiesta di part time solo per un determinato periodo, piuttosto che per un tempo indeterminato.

Questa apertura da parte del lavoratore a prendere in considerazione una ripresa a tempo pieno fornisce all’azienda un ulteriore punto di incontro per poter concedere il part time.

L’interlocutore aziendale si sentirà più sereno nella concessione, sapendo di poter riconvertire, un domani, il part time in full time.

4. Motivare la richiesta

A parte per i casi previsti dal Decreto 81/2015, che ha ampliato il target di lavoratori ai quali può essere concessa la trasformazione del contratto da full time a part time, è opportuno, a mio avviso, presentare delle motivazioni concrete e sostenibili, circostanziando le necessità che ci spingono ad avanzare tale richiesta.

Concludo facendo presente che, salvo i casi previsti dalla normativa di riferimento sul contratto di lavoro part time, l’Azienda non è obbligata a concedere la trasformazione del contratto da tempo pieno a parziale.

Al contempo è sempre necessario l’accordo del lavoratore per trasformare un full time in part time.

Quando torni a lavorare?  10 consigli per rientrare al lavoro con serenità

“Quando torni a lavorare?”

Questa è una delle domande più frequenti che mi vengono poste da quando sono diventata mamma.

Sapete cosa mi piacerebbe rispondere? “Quando io e la mia bambina ci sentiremo pronte di poterci allontanare per un po’ l’una dall’altra”. Ecco. Questo vorrei poter fare.

Vorrei poter scegliere quando rientrare al lavoro, senza sensi di colpa nei confronti della mia piccola e, con la serenità, che il mio lavoro ci sia sempre.

E, diciamolo, io sono già tra quelle fortunate che oltre all’astensione obbligatoria, posso usufruire anche del periodo di astensione facoltativa.

Ciò nonostante il pensiero di lasciare un esserino di nove mesi, dopo che abbiamo vissuto in simbiosi per tutto questo periodo, mi getta nello sconforto.

Per questo mi sono chiesta cosa possa fare io per cercare di vivere al meglio il momento del distacco.

10 consigli per rientrare al lavoro con serenità

1) organizzare per tempo il momento in cui si dovrà tornare al lavoro.

Come? Avendo già individuato e “testato” chi ci sostituirà (che siano i nonni, la tata o il nido).

2) aver già considerato anche l’eventuale sostituzione della scelta effettuata.

Si sa che i bambini, soprattutto se mandati al nido, sono più soggetti ad ammalarsi.

Per questo motivo la scelta del nido potrà comportare qualche ansia in più dal punto di vista organizzativo.

Al contempo, però, per esperienza con il primo figlio, posso dire che ne vale la pena per gli anni successivi della scuola materna.

Intanto, prima o poi, gli anticorpi se li devono fare!

3) avere instaurato un rapporto di piena fiducia con chi dovrà occuparsi della piccolo/del piccolo.

Nel mio caso, il nido che abbiamo scelto è già stato testato con il primo figlio e questo, ovviamente, mi da molta serenità perché, conoscendolo, so cosa aspettarmi e so che posso fidarmi.

4) aver già affiancato anche la persona che dovrà occuparsi della bimba in nostra assenza.

Favorire una buona reciproca conoscenza è importantissimo per evitare di farsi venire le ansie quando il nostro cucciolo si troverà da solo con la persona delegata.

5) preparare anche noi stesse a quel momento.

Pensare anche a noi mamme è importante.

Infatti ricordo di aver versato qualche lacrima i primi giorni in cui, finito l’inserimento al nido, dovetti lasciare il mio bimbo, per più di qualche ora.

Consiglio di iniziare gradualmente a distaccarsi dalla nostra creatura, in modo che non sia un trauma per il piccolo, ma soprattutto per noi stesse.

6) tenere sempre alta l’attenzione sui segnali che i nostri bimbi ci mandano quando torniamo a casa.

Ricordo che il mio piccolo era felicissimo di poter andare a giocare con altri bimbi al nido. Questo, naturalmente, mi aveva dato la sicurezza che stessi facendo la scelta appropriate per il mio piccolo. Al contempo mi consentì  di affrontare la situazione del distacco con maggiore serenità.

Ma è ovvio che se così non fosse stato ed avessi invece avvertito qualche malumore da parte del mio bimbo, avrei dovuto affrontare la situazione, individuando una soluzione alternativa, come, ad esempio, ricorrendo ad una tata fidata.

7) imparare a delegare.

Io sono una di quelle persone che ha sempre portato avanti la teoria del cosiddetto “chi fa per sè, fa per tre!”.

Ma quando si è fisicamente distanti, bisogna essere in grado di delegare gli altri per l’accudimento dei propri bimbi e, se non si è psicologicamente pronti a farlo, potrebbe rivelarsi molto frustrante la lontananza.

8) sapersi autogestire e saper porre dei limiti.

Ricordo che, quando rientrai al lavoro, dopo la prima gravidanza, non riuscii quasi mai ad usufruire delle due ore di allattamento.

Sicuramente c’era molto lavoro da sbrigare ed io dovevo riprendere il giusto ritmo. Con il senno del poi, però, tutto questo non poteva giustificare la mia rinuncia ad un diritto di tutte le lavoratrice madri.

9) chiedere non costa nulla.

Un’altra cosa che si può pensare di fare è chiedere al proprio datore di lavoro se c’è la possibilità di usufruire di un orario ridotto o del telelavoro, almeno per I primi periodi, quando ancora la presenza della mamma è fondamentale.

10) ultimo consiglio: allontaniamo i sensi di colpa!

Sembra facile a dirsi, ma poi, inevitabilmente, questi verranno a galla, perchè ci sembrerà di trascurare I nostri bimbi. Ma non cadiamo in questo errore, perchè se il lavoro ci consente di realizzarci come donne, saremo anche mamme serene.

E poi ricordiamoci che non stiamo lavorando per la gloria.

Nella maggior parte dei casi, realizzazione personale a parte, lavoriamo per contribuire al sostentamento della nostra famiglia.

E con questo concludo, augurando buon lavoro a tutte le neo mamme!

 

 

Rientro al lavoro dopo la maternità

giovanna_mezzogiorno_1<<È stata una lunga pausa, da una parte voluta e dall’altra forzata. La maternità è una gioia, ma che fatica. Con due gemelli poi è ancora un’altra storia. Dopo il parto non ero in grado di rimettermi subito a lavorare, lo ammetto: la gravidanza mi ha distrutta, ho impiegato tre anni per riprendermi>>.

Giovanna Mezzogiorno Confessa: “La Gravidanza mi ha Distrutta”

Prendo spunto dalla dichiarazione di Giovanna Mezzogiorno per affrontare il tema del rientro al lavoro dopo la maternità.

Il senso di inadeguatezza quando si rientra al lavoro dopo la maternita’

Ricordo che anche il mio rientro al lavoro dopo la maternità fu piuttosto faticoso, sebbene abbia avuto la possibilità di utilizzare sia il  congedo obbligatorio che quello facoltativo.

Ricordo la difficoltà di riprendere a lavorare otto ore di fila; la stanchezza quando rientravo a casa, con la necessità di essere presente al 100% per la mia famiglia.

Svolgendo un lavoro d’ufficio, ricordo la difficoltà inziale a riprendere il ritmo, la giusta concentrazione.

La sensazione che provavo era come quando avevo cominciato a lavorare per la prima volta. Sentivo un brivido corrermi lungo la schiena, mentre mi irrigidivo al pensiero di dover fare cose che prima della maternità mi parevano del tutto normali e molto semplici. Mi sentivo come quando si impara a guidare. Devi stare con gli occhi ben aperti e pensare a quale marcia inserire. Nulla mi veniva più in automatico, come prima.

Pensavo di non essere più adeguata per un ruolo che pure già svolgevo da tanti anni.

Che cosa cambia rispetto a prima?

In fin conti si era trattata di una pausa di circa nove mesi. Cosa poteva essere cambiato in un arco temporale così breve?

Eppure molte cose mi sembravano cambiate, soprattutto sentivo le persone cambiate o forse ero solo cambiata io. E quello che prima non vedevo nei miei colleghi e nella competitiva realtà multinazionale, adesso lo guardavo con occhi nuovi e diversi.

C’è voluto un po’ di mesi prima che riuscissi nuovamente a sentirmi un ingranaggio funzionante di questo grande orologio, che è l’azienda nella quale lavoro, fatta di obiettivi da raggiungere e da superare, di regole da rispettare quasi fosse un credo religioso.

Mi pareva di deludere le aspetattive dei mie Capi. Io che ero sempre stata molto efficiente, dopo questo periodi di assenza, durante il quale avevo completamente cambiato vita e “staccato la spina”, mi sembrava di non riuscire più ad integrarmi, come prima.

Allo stesso tempo provavo un senso di forte frustazione perchè il mio cuore e il mio pensiero erano verso il mio piccolo, che avevo deciso di lasciare alle cure di altri per rientrare al lavoro.

I pensieri autolimitanti al cambiamento

Più volte, dopo il rientro dalla maternità, mi è capitato di chiedermi che cosa ci facessi lì. Ma poi mettevo a tacere questa vocina perché la mia parte razionale mi ricordava quanto ero e sono fortunata ad avere un buon posto di lavoro.

Ecco. La sicurezza del posto di lavoro. Questo, se proprio vogliamo dirla tutta, è il mio pensiero autolimitante. Il mio pensiero ostacolo. Il pensiero che mi frena nel cambiare. Il  pensiero alibi per allontanarmi da quello che mi fa paura e cercare nuove strade.

Eppure, allo stesso tempo, lo sento come un’àncora di salvezza.

Quale possibile alternativa?

Ma L’alternativa? C’è un’alternativa a tutto questo?

A dire il vero ne sono ancora alla ricerca, anche perché mi piace il lavoro che svolgo. E’ un lavoro che mi realizza. Un lavoro al quale sono grata perchè siamo cresciuti insieme e mi ha fatto crescere non solo professionalmente, ma anche come persona.

Ora però è forse arrivato il tempo di cambiare qualcosa…..

Sono incinta! E ora come lo dico al mio Capo?

pregnant-422982_1920Solitamente, quando si scopre di essere in dolce attesa, si raggiunge uno stato di grazia ed eccitazione, come se si toccasse il Cielo con un dito.

Al contempo, però, si avvicendano in noi pensieri che possono offuscare questo momento di gioia. “E adesso come farò con il lavoro? Come farò a comunicarlo al mio Capo? Come la prenderanno? E cosa succederà al mio contratto di lavoro?”

E se anche avevamo tanto desiderato il momento in cui sarebbe arrivata la cicogna, la realtà ci riporta con I piedi per terra. Paure ed ansie possono avvicendarsi in noi per un futuro che  sappiamo ci cambierà la vita per sempre.

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Ma talvolta l’entusiasmo è tale che vorremmo gridare al mondo intero che siamo in dolce attesa. Vorremmo farlo sapere sia agli amici che ai conoscenti e, magari, anche ai colleghi di lavoro.

Così almeno ho fatto io durante la prima gravidanza. Solo successivamente ho compreso l’importanza di frenare questo impulso. E’ opportuno attendere un po’ prima di comunicare a tutti una notizia così intima ed importante.

E sul lavoro come comportarsi?

1. In caso di rischi per la salute del feto.

Se si svolge un lavoro che può comportare  dei rischi per la salute del feto dobbiamo informare il prima possibile il datore di lavoro. Potremo così essere spostate ad altra mansione o accedere all’aspettativa anticipata.

2. In caso si svolga un lavoro d’ufficio

Se però si svolge un lavoro d’ufficio si può aspettare almeno il terzo mese prima di comunicarlo. In questo modo avremo superato il primo trimestre che è il periodo più critico della gravidanza.

Avremo così avuto il tempo di metabolizzare, prima di tutto, noi stesse, questa grande novità. Inoltre questo lasso di tempo ci sarà servito per ritrovare il nostro equilibrio, dopo la sorpresa inziale.

3. In caso di gravidanza a rischio

Ci sono poi casi in cui il ginecologo prescrive quasi da subito l’astensione dal lavoro (gravidanza a rischio). In questa situazione sarà necessario informare immediatamente il datore di lavoro. Dopo di chè si procederà con le pratiche burocratiche per entrare in aspettativa anticipate. Queste andranno comunque espletate in tempi brevissimi. Possibilmente il giorno stesso o quello dopo la data del certificato rilasciato dal nostro ginecologo.

Per Approfondimenti: INPS

Il momento migliore per comunicare la gravidanza

Se però tutto procede bene fin da subito sarà possibile, come detto in precedenza, aspettare almeno il terzo mese. Questo consentirà di creare uno spazio temporale ed anche  emozionale tra la grande scoperta ed il momento in cui informeremo il nostro datore di lavoro.

La reazione del Capo alla notizia della gravidanza

Solitamente la notizia della maternità viene accolta con un sorriso e qualche frase di circostanza da parte del proprio Capo. Subito a seguire, magari, ci sentiremo chiedere: “quando nascerà? Quando intendi fermarti? E per quanto tempo intendi assentarti dal lavoro?”.

Se alla prima domanda è abbastanza facile rispondere avendo la data presunta del parto, per le altre è sicuramente difficile. Le altre  risposte infatti dipenderanno da un fattore imprescindibile: la salute nostra e del bambino che portiamo in grembo.

 

Come Comunicare al Datore di Lavoro che siamo in dolce attesa?

Partendo dal presupposto che la legislazione italiana tutela la maternità, non dovremmo temere alcuna sorta di ripercussione.

1. Dare visibilità al datore di lavoro

Forti abbastanza di quanto sopra possiamo permetterci di comunicare, con una certa serenità, il nostro stato. Potremmo anche prospettare eventuali tempistiche, auspicando, ovviamente, che tutto proceda per il meglio.

Daremo così una certa visibilità al nostro datore di lavoro. Questa comunicazione gli consentirà di organizzarsi con una sostituzione di maternità o una redistribuzione interna dei carichi di lavoro.

2. Comunicare come ci sentiamo

Spesso poi, se continueremo a lavorare fino al settimo o addirittura all’ottavo mese, capiterà che il nostro Capo ci possa trattare come se  nulla fosse cambiato. Ci potrebbero venir richieste le stesse energie e lo stesso impegno che mettevano prima della gravidanza.

In alcuni casi può darsi che continuare così non ci pesi. In altri, invece, potremo renderci conto fin  da subito che la stanchezza, le nausee, le cefalee ed il senso di spossatezza generale  ci ostacolano nel riuscire a  lavorare con la stessa concentrazione di prima.

In questo caso sarà opportuno informare il nostro Superiore di come ci sentiamo. L’obiettivo sarà quello di cercare, se possibile, un accordo sul trovare modalità di lavoro meno stressanti.

3. Dare la propria disponibilità in caso di astensione anticipata

Nel caso poi si verifichi l’esigenza di doversi assentare prima del congedo obbligatorio (1 o 2 mesi precedenti la data del parto), consiglierei di dimostrare al datore di lavoro la nostra buona volontà, dando la disponibilità telefonica di supportare i colleghi o chi ci sostituirà nel nostro ruolo.

Questo a noi consentirà di distaccarci dalla nostra routine lavorativa in modo meno traumatico. Allo stesso tempo aiuterà il nostro datore di lavoro nel riorganizzare il nostro lavoro.

E voi che tipo di esperienze avete avuto nel momento in cui avete dovuto comunicare al vostro Capo che eravate in dolce attesa?

 


Le competenze di una mamma

Questo Video mi ha emozionata e mi ha fatto ulteriormente riflettere sull’importanza di non dimenticarci MAI quante sono le competenze di una mamma.

Si tratta di competenze trasversali, quali la capacità di organizzazione, la comunicazione, la capacità di motivare gli altri, la capacità di lavorare sotto stress, la capacità di utilizzare le risorse disponibili nel modo migliore, la capacità di svolgere più attività contemporaneamente.

Quando ci accingiamo a scrivere il nostro CV dovremmo ricordarci sempre delle esperienze extra lavorative, come, in questo caso, l’essere mamma.

Dovremmo pensare a noi stesse a 360 gradi, cercando di focalizzare la nostra attenzione su tutte le conoscenze e capacità che derivano dalla nostra vita e dalle nostre esperienze.

Soprattutto per le mamme che intendono rientrare nel mondo del lavoro, sarebbe opportuno tenere sempre conto delle competenze che maturiamo nel gestire una famiglia….In fin dei conti è un po’ come gestire una piccolo impresa e noi, solitamente, ne siamo l’Amministratore Delegato!! 🙂

Organizzare le faccende di casa, gestire marito e figli, monitorare le entrate e le uscite finanziarie, prendersi cura della salute fisica e dell’umore di tutti i componenti della nostra famiglia, organizzare eventi  è, a tutti gli effetti, un lavoro che ci porta a sviluppare capacità che forse nemmeno immaginavamo di avere durante la nostra precedente vita da singles!

Competenze trasversali non solo per le mamme

Naturalmente il discorso delle competenze trasversali può estendersi in maniera più ampia e quindi non riguardare solo l’esperienza di mamma, ma anche gli hobbies e le attività di volontariato nelle quali mettiamo in campo capacità che potrebbero servire ai nostri potenziali datori di lavoro.

Ecco che allora soprattutto per i giovani e per coloro che vogliono rientrare nel mercato del lavoro, dopo un periodo, più o meno lungo, è sempre consigliabile prendere in considerazione tutte le possibili esperienze che hanno generato  valore nella nostra vita e che, come tali, potremmo rivenderci, nel caso in cui se ne presenti l’opportunità.

Lavorare da casa: una scelta possibile?

phone-1209230_1280Spesso mi è capitato di sognare come sarebbe stato bello poter preparare una presentazione da casa, redigere un report, scrivere delle lettere e svolgere molto altro ancora del mio lavoro, da casa, riuscendo così  a conciliare il lavoro con gli impegni familiari. In parte il sogno si è avverato perché, per motivi personali,  mi trovo a sperimentare questa modalità di lavoro ed ora sono pertanto in grado di  valutarne i pro e i contro.

Mi sento di dire che, data l’odierna tecnologia, è un modo di lavorare assolutamente fattibile.

Infatti, grazie ad una buona connessione internet, un PC ed uno smartphone è possibile svolgere un lavoro di ufficio come se si fosse in Azienda.

È comunque pur vero che la relazione frontale a me manca, perchè, per quanto il telefono sia un utile strumento per la comunicazione verbale, purtroppo senza l’ausilio dell’incontro dal vivo, ci perdiamo una parte importante della comunicazione e, soprattutto, della relazione. Fortunatamente, anche in questo caso, la tecnologia ci viene incontro con Skype od altri sistemi simili, ma, per me, non è sicuramente la stessa cosa che un bell’incontro dal vivo.

Questo aspetto però potrebbe essere facilmente superato optando per un buon compromesso tra la presenza in Azienda ed il lavorare da casa, come già avviene in molte realtà che hanno adottato l’Home Office.

Il lavoro da casa, dal punto di vista dei Capi

Quello che però, a mio avviso, vedo essere uno degli aspetti più complessi per accettare questa nuova forma di lavoro risiede nella capacità dei Capi di fidarsi dei propri collaboratori, oltre alla predisposizione e capacità di delegare e quindi di definire, in maniera accurata, le aspettative e gli obiettivi da raggiungere.

A ciò aggiungerei il bisogno di molti Capi di avere sempre i propri collaboratori sotto controllo e perennemente disponibili, esercitando uno stile di comunicazione e di leadership poco stimolante soprattutto per i Collaboratori più capaci.

I vantaggi del lavoro da casa

Eppure, nonostante le perplessità che sicuramente possono avere molti Capi su questa nuova modalità di lavoro, ho potuto sperimentare quanto si sia più produttivi quando si consente al dipendente di poter lavorare da casa.

Difatti, lontano da distrazioni, continue interruzioni telefoniche, riunioni estenuanti, spesso il lavoro viene eseguito con maggiore concentrazione e quindi in maniera più efficace e profittevole, con notevole beneficio per l’Azienda stessa.

Oltre a questo, naturalmente nel lavorare da casa c’è un notevole beneficio per il lavoratore.

Il poter andare a prendere i propri figli a scuola, (cosa, ad esempio, per me impossibile, lavorando a distanza di 30 Km da casa e percorrendo una strada spesso molto trafficata); il poter dedicare un po’ più di tempo ad un’attività fisica, recuperando proprio quell’oretta persa in macchina per raggiungere il posto di lavoro; la possibilità di fare la spesa al mattino (magari anche online, perchè sei a casa e quindi hai la possibilità di fartela recapitare presso la tua abitazione!). Ebbene tutto questo è un valore aggiunto che le Aziende virtuose possono concedere ai propri dipendenti e che, nelle nostre vite frenetiche, non ha prezzo.

Ovviamente, quanto sopra non vuol dire: “Che bello, oggi sono in ferie e faccio quello che voglio”, ma piuttosto significa poter organizzare il proprio lavoro in maniera autonoma, iniziando, ad esempio, a lavorare  prima delle canoniche 8.00 o 9.00 del mattino, oppure molto più tardi la sera, senza naturalmente tralasciare gli orari in cui sia necessario essere diponibili e reperibili.

Ecco, tutto questo comporta però un bel cambiamento di mentalità da parte sia dei datori di lavoro che dei lavoratori.

E, se per i Capi già ho parlato, è bene riflettere anche sul cambiamento che riguarda i Collaboratori.

Il lavoro da casa per i Collaboratori: un grande cambiamento

A questi ultimi, in una modalità di Home Office, si richiede un grande senso di responsabilità a portare a termine le attività. Si richiede la maturità necessaria per affrontare il proprio lavoro in maniera molto più autonoma ed organizzata, proprio come se si fosse dei liberi professionisti.

Ed è questo il grande cambiamento: non più lavoratori dipendenti, ovvero lavoratori che aspettano “direttive” dai propri Capi, ma professionisti che mettono al servizio dell’Azienda le proprie competenze e la propria serietà.

Sono pertanto dell’idea che, per poter svolgere il lavoro da casa, siano necessarie alcune competenze trasversali fondamentali, come un’ottima capacità di organizzazione e propensione al raggiungimento degli obiettivi; una buona capacità di comunicazione scritta e verbale; la capacità di autoregolarsi ed imporsi i ritmi di lavoro sia per ottemperare alle necessità dell’Azienda, sia per rispondere alle nostre necessità. Dalla mia esperienza, ad esempio, mi è capitato di saltare la pausa pranzo, perchè troppo presa da un lavoro che volevo assolutamente finire.

Dalle mie riflessioni, concludo dicendo che, sebbene ritenga che oggi giorno, per molte professionalità, è sicuramente possibile lavorare in modalità Home Office, bisogna fare i conti con il grande cambiamento di mentalità che la formula del lavoro da casa impone ai Capi, ma, mi sento di dire, soprattutto ai Collaboratori, perchè se i Capi la fiducia devono provare a darla, ai Collaboratori spetta il compito di riuscire a meritarsela.

Come trovare l’equilibrio tra lavoro e famiglia

balance-716342_1280Chi, tra noi donne, non ha mai pensato a come trovare il proprio equilibrio tra lavoro e famiglia?

Io faccio parte di quelle donne che sono alla costante ricerca del proprio bilanciamento, con continui sensi di colpa e perenne frustrazione di non riuscire mai ad accontentare tutti, tra cui anche me stessa!

Al lavoro hai capi, clienti interni e/o esterni, colleghi e collaboratori…ognuno di loro con le proprie esigenze alle quali intendi dare una risposta. A casa hai una famiglia alla quale vorresti dare il meglio di te stessa, stanchezza permettendo.
Non avendo ancora trovato una ricetta magica, provo a condividere con voi alcune idee, in parte sperimentate su me stessa, in parte ancora in fase di testing…
Per prima cosa suggerirei di iniziare a trovare il proprio bilanciamento in ciascuna delle due aree (lavoro e vita privata), separatamente.

10 Consigli su come trovare il proprio equilibrio tra lavoro e famiglia

Cosa possiamo fare per alleggerire il nostro carico in entrambe le aree?
1) fare “pulizia ed ordine” tra le attività che abbiamo. Quindi possiamo decidere di eliminare qualcosa oppure di delegarlo o di condividerlo in un team per trovare supporto
2) tra le attività che rimangono (e presumo siano la maggioranza!) diamo a ciascuna di loro una priorità da 1 a 5 e pianifichiamole in base al criterio di importanza e/o urgenza
3) impariamo a dire di no o, quantomeno, a dare una risposta ma indicando una tempistica di risposta che dovremo essere certe di riuscire a rispettare!
4) troviamo il coraggio di chiedere ai nostri capi se ci possono essere opportunità per ridurre l’orario di lavoro (magari ci potrebbero bastare uno/due pomeriggi alla settimana per andare a prendere i bambini a scuola)
5) impariamo a fare le “to do lists” sia per il lavoro che per la vita privata (io ci sto provando e, devo dire, che funzionano!)
6) alziamoci mezz’ora prima la mattina…potrebbe essere sicuramente una valida risorsa per trovare del tempo da dedicare a se stesse, ma, per me, al momento, impraticabile!…considerando che il mio piccolo di quasi due anni si sveglia ancora molte volte per notte
7) troviamo delle persone che collaborino con noi, di cui ci fidiamo e alle quali non abbiamo problemi a delegare alcune attività lavorative o extra lavorative
8) cerchiamo di avere sempre a portata di mano dei back up per la tata, la colf ed anche per la nonna malata!
9) selezioniamo la persona giusta per il posto giusto, sia che si tratti di collaboratrice professionale, sia che si tratti di colf o tata
10) teniamo un’agenda con possibilità di condividere sia gli impegni di lavoro che quelli privati, così da avere sotto mano sempre tutti gli appuntamenti
Insomma, come si dice…”chi fa per se fa per tre!!”
E voi mamme lavoratrici quali trucchi/strategie usate per trovate il vostro work life balance?

Mamme: scegliere la propria strada

 



imageCi sono donne, mogli, madri che si trovano a vivere questo dilemma: lavorare o rimanere a casa?

Alcune staranno pensando che, talvolta, è molto meglio averlo questo dilemma, che non averlo. Infatti c’è chi deve lavorare per necessità e preferirebbe stare a casa con i propri figli e chi invece vorrebbe lavorare, ma non riesce a trovare il lavoro ed è quindi costretta a rimanere a casa.

Premesso che ritengo ci sia del buono in entrambe le opzioni, sono dell’idea che forse c’è il modo di riuscire a fare una scelta, senza che questa venga subita.

DEFINIRE LA PROPRIA STRATEGIA

Prima di saltare alle conclusione, prendendo in considerazione delle eventuali soluzioni, che però potrebbero farci prendere degli abbagli, è necessario analizzare la situazione nella quale ci troviamo.

Per questo suggerisco uno strumento molto utile che è la L’ANALISI SWOT.

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L’analisi SWOT è uno strumento che viene usato nella formulazione della gestione strategica. Può aiutare ad identificare le Forze (Strengths), Debolezze (Weaknesses), Opportunità (Opportunities) e le Minacce (Threats) di un progetto o in un’impresa o in ogni altra situazione in cui un’organizzazione o un individuo debba svolgere una decisione per il raggiungimento di un obiettivo. L’analisi può riguardare l’ambiente interno (analizzando punti di forza e debolezza) o esterno di un’organizzazione (analizzando minacce ed opportunità).

LE FASI DELL’ANALISI SWOT APPLICATE ALLA NOSTRA SCELTA

Innanzitutto è opportuno partire da un obiettivo chiaro, ovvero qual è il nostro stato desiderato.

Definito l’obiettivo, si potrebbero presentare varie opzioni.

Prendiamo in considerazione una delle opzioni ed analizziamone i punti di forza, ponendoci le seguenti domande:

  • Quali vantaggi/benefici avrebbe per me questa scelta?
  • Che cosa cambierebbe in positivo nella mia vita?
  • Cosa potrei fare che oggi non faccio?

Passiamo poi ad analizzare i punti di debolezza, chiedendoci:

  • Quali ostacoli interni comporta questa scelta? Ad esempio la paura di non farcela.
  • Quali svantaggi posso avere?
  • Quali rinunce comporta?

Vediamo ora le opportunità, ovvero quali possibilità esterne si possono verificare:

  • Quali nuovi scenari positivi si possono presentare?
  • Cosa potrei imparare di nuovo?
  • Quali risorse esterne potrebbero supportarmi nella mia scelta?

Infine vediamo le minacce, vale a dire i rischi esterni ai quali si potrebbe andare ad incorrere con la propria scelta:

  • Quali ostacoli esterni potrei incontrare? Ad esempio il pensiero contrario di amici e parenti.
  • C’è qualcosa a cui dovrei rinunciare in via temporanea e/o definitiva?
  • Cosa potrei perdere?

Valutare i dati emersi

Una volta completata l’analisi SWOT, sarà necessario mettere insieme tutti i dati raccolti e osservarli attentamente per creare una strategia o un piano d’azione, che si concentri su ciascuna delle quattro aree.
Per riassumere:
– è necessario mantenere, costruire o far leva sui punti di forza;
– è necessario risolvere o eliminare i punti di debolezza;
– è necessario dare priorità o ottimizzare le opportunità;
– è necessario contrastare o ridurre le minacce.
Obiettivo dell’analisi SWOT, è quello di creare una nuova strategia che consenta di utilizzare le Opportunità e presidiare le Minacce, non perdendo di vista l’obiettivo finale.